Due dui a confronto

Arduo inserire nello stesso post un duo di rara devastazione come gli Ovo e una coppia di romantici menestrelli come i Deja. Ma non risulta possibile solo per la vicinanza temporale dei due concerti: venerdì scorso gli Ovo a Cas*Aupa e ieri sera i Deja al teatro di Gradisca. Per quanto abbia sempre ritenuto insufficiente un numero dei componenti di una band con voce inferiore a 5 e di necessaria importanza la presenza di basso e batteria, devo ammettere che esiste una progressiva linearità della proporzionalità tra la bravura dei componenti e la resa della performance anche in strutture orchestrali meno popolose come un duo. E in casi eccezionali la bravura dei musicisti, la scelta dei suoni, la scelta dell’arrangiamento disponibile in forma ridotta, possono determinare una proposta musicale di tutto spessore e interesse. Insomma i dui non sono da scartare dal panorama musicale, soprattutto se sono bravissimi e non cercano di evadere i confini delle possibilità umane ma si assestano su un limite degno di stupore. Per il resto i concerti degli Ovo e dei Deja rimangono vicini solo sul mio calendario.

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Slow Oscillator

Benissimo, sta per uscire (manca ancora un mesetto) il nuovo album degli Zombi e già si trovano in rete alcune anticipazioni come questa: http://www.popmatters.com/pm/post/139100-zombi-slow-oscillations-mp3-popmatters-premiere/ e altre che lasciano intuire la competenza maturata ai synth, notevole per chi proviene da un background metal e soprattutto si rivolge ad un pubblico di capelloni con le giacche borchiate. Difatti escono su Relapse. Il disco sarà intitolato Escape Velocity e la copertina

gliel’ha fatta un loro amico artista, a loro dire. Anche se associati alle colonne sonore dei film di Argento per i loro riferimenti a Giorgio Moroder, io li sento piuttosto come una felice riproposizione di John Carpenter.

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Aucan

Evvai! Ieri ho trovato un altro utente del buon vecchio soulseek che condivideva ben due album dei primadellapioggia. Siamo a cinque o sei, migliaia? No, unità. Che discorsi. Oggi volevo parlare degli Aucan. Visto che stanno per suonare al Tetris, mi sembra doveroso dirottare la folla di lettori di questo blog su un concerto così avvincente. I testimoni della loro performance all’Edera possono darmi ragione se affermo che il volume spropositato non era l’unica componente della loro forza d’urto. Delle macchine da guerra in un genere assolutamente lontano dalla violenza (nel senso che possono piacere anche a chi non ascolta metal, essendo più orientati in un panorama elettronico), e che ha sempre posto delle difficoltà nella sua rappresentazione su di un palco. Loro con disinvoltura, invece, sputano fuori dei pezzi che risulterebbero ostici persino per un blasonato sequencer. Salti, cambi di tempo, riff dispari e voci disperate su macigni ritmici.

Black Rainbow è il titolo dell’ultimo album, altrettanto bello, ma un loro live nella vita non fatevelo mancare (voi solite masse numerosissime di lettori affezionati).

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Decrescita felice

Stanno uscendo un sacco di dischi interessanti e molti ancora sono in procinto di vedere la luce nelle prossime settimane. Basti pensare al nuovo dei Radiohead, di PJ Harvey, al disco imminente, già annunciato dal singolo, dei Foo Fighters, e, gettando lo sguardo su panorami più lontani dal mainstream, è atteso un nuovo album degli Zombi. Insomma una primavera ricca di curiose novità per il mio palato, di cui parlerò a tempo debito. Ma non volevo scrivere di musica, bensì di un libro. Ebbene, sembra incredibile, ma anche i libri a volte possono centrare con i tuttomuscolinientecervello primadellapioggia.

Un libro che mi è stato presentato come “sono le cose che abbiamo sempre pensato, esposte in maniera coerente e convincente”.

L’autore, Maurizio Pallante, è uno studioso di economia e da anni cerca di capire quale errore abbia compiuto la macro-economia (per non dire sempre l’uomo) nel permettere che nonostante l’incessante corsa dei paesi occidentalizzati alla crescita esponenziale del PIL, la vita rimanga un raccoglitore di ansie, aspettative disattese, momenti infelici e delusioni.

La risposta è nella creazione di un movimento mondiale, una ribellione gentile, se non altro delle coscienze. Un risveglio dal torpore omologazionale che i primadellapioggia hanno sempre abbracciato inconsapevolmente, anche se vissuto il più delle volte come una ribellione intestinale, un movimento di stomaco che destava malumore istintuale. Sentimento che, una volta razionalizzato però, conduce alla consapevolezza di potersi rendere utili anche col piccolo contributo personale, con il piccolo rifiuto giornaliero di adeguamento passivo alla prassi, con l’innocuo scontro individuale dal fine generale.

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Resoconto del concerto dei Mogwai

Che erano bravi a suonare già lo sapevamo. Che i loro pezzi vecchi dal vivo funzionavano benissimo perché erano come nelle registrazioni, solo più potenti e in faccia era noto. Il dubbio era sui pezzi nuovi, dell’ultimo album “Hardcore will never die, but you will”, dove sembrano esserci suoni un po’ più elaborati in studio, nati un po’ sul sequencer di casa, e un po’ meno con la pedaliera della sala prove. Tutto falso.

Il loro CD (ma quale CD, suvvia), va bene, diciamo il loro album, è la versione contenuta e pacata di canzoni che dal vivo suonano enormi e complete nel suono. Catalizzanti dall’inizio alla fine, magnetici e sazianti. Musicisti come sappiamo formidabili, dal vivo sanno rendere al meglio anche un disco dai toni più controllati. Disco che, beninteso, mi piace assai e sicuramente influenzerà i primadellapioggia in futuro. Riascoltandolo dopo il concerto, mi rendo conto che non è così elettronico di come mi era sembrato le prime volte. Riesco a immaginarmi, come sul palco, anche in sala di registrazione, i tre chitarristi che agitano le loro teste, mentre il bassista è immobile e il batterista si aggiusta continuamente gli occhialoni da nerd sul naso. Insomma concerto superlativo, non vedo l’ora che vengano anche allo stadio Friuli.
Soldi ben spesi. Se evito di pensare al +Guest. Infatti prima del soundcheck è salito sul palco, non con pochi sforzi, immagino, Giuliano Ferrara con una balalaika, sotto il falso nome di RM Hubbert con una chitarra flamenco, piccolissima rispetto alla sua stazza. Inguardabile. E inascoltabile visto il volume di molto inferiore al brusio. I Mogwai si sono scelti un ottimo apripista, ma non sfigurerebbero nemmeno dopo un gruppo chiamato per motivi diversi dal finire gli avanzi del catering.

E stasera, Verdena a Pordenone, direi che si può fare.

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Mogwai

Mentre sto ascoltando il loro ultimo album, ricordo che gli iniziatori del post-rock suonano a Bologna la settimana prossima, per la precisione mercoledì 9 marzo all’Estragon.

Anni fa li ho visti al New Age ed è ancora uno dei concerti più intensi e potenti a cui abbia mai assistito. Precisione scozzese, se esiste. D’altronde, il popolo che ha dato i natali a Sir William Wallace non può deludere in un genere così epico.
Sì, assolutamente da tutt’altra parte rispetto all’emo.

Riguardo all’album, due dubbi mi attanagliano riguardo al suo contenuto:

  • Rano Pano mi ricorda tantissimo qualcosa, ovviamente il mio ricordo si ferma lì. Indagherò. (fatto) (risultato: zero)
  • Da quando in qua Lionel Richie parla italiano?
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Alp engineer

Notevole scoperta: Andy Wallace, un eroe dei mixer, è un appassionato di alpinismo.

Insomma, c’è speranza.

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Wow

In concomitanza con l’arrivo, dal biciclettaio sotto casa, dei corpetti rifrangenti Wowow, esce il nuovo disco dei Verdena. Abituato com’ero al loro grunge con gli accordi alla nona, evoluti fino a Requiem con delle opere di sicuro impegno intellettual-compositivo, percepirli giunti a un pop italiano anni 70, mi lascia un po’ dubbioso, almeno per questi primi ascolti. Nelle iper compressioni adottate, nei piani riverberatissimi e nel channel strip della voce di Battisti, mi pare di intravvedere solo frasi musicali piuttosto semplici e poco interessanti. Forse si chiama psichedelia.

Spero di ricredermi nei prossimi ascolti e di rimanere stupito dalla genialità di una sicura maturazione artistica. E sono altresì convinto di riuscire a trovare prima o poi la chiave di lettura dei testi, che si trasformeranno magicamente in poesie profondamente ricche di significati filosofici e morali.

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Pompa Magna

Per restare sempre nella città eterna, il Bisi oggi mi ricorda di questo album degli Inferno. E’ del 2009 ed è imperdonabile che ad oggi io non l’abbia ancora ascoltato. Provvedo subito a rimediare questa mancanza.

A parte il fatto che hanno un nome giusto, possiamo forse dire di aver suonato in qualche occasione con loro? Non mi ricordo, so solo che abbiamo cercato di seguirli il più possibile nei concerti in zona, spingendoci fino a un Pedro deserto in occasione degli Intronaut (inarrivabili già nel 2007). E dire che i pochi presenti, erano giunti per gli Ocean e un altro gruppo imbarazzante spagnolo.

Ecco, in questa recensione ho trovato conferma di tutto, e aggiungo all’autore che non ti sei perso nulla!

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Si non sedes is – resoconto

Come ci si aspettava, ad attendere i romani capitanati da Greg, c’erano i primadellapioggia quasi al completo. Come ci si aspettava il gruppo spalla non era all’altezza né dei tanto attesi nuovi Concrete, né del nuovo decennio appena iniziato. Ma giungiamo ai Se non ti siedi, vai.

Assolutamente fighi, checché ne dica Giulia Targa, riescono ad essere moderni pur mantenendo lo stile apocalittico dei primi anni di carriera. Superlativi come musicisti, un bassista che da solo regge le redini dei giri più mastodontici (ora Greg è alla voce), Cristianone che gode nell’affilare il manico della chitarra con piruli luciferini mentre l’altro chitarrista macina pesantezza dissonante.  Batteraio magico di rara compostezza, rigore, precisione, efficacia. La stagione concertistica del 2011 parte bene (se si tralascia il primo salto negli anni novanta).

Come per nessun altro gruppo, consigliatissimo il merchandising.

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